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Le ipotesi sulle origini di Roma secondo la critica storica
Già nell’età del Ferro (IX sec. a.C.) gruppi di popolazioni di origine latina si stabilirono sui colli che nascevano lungo il basso corso del Tevere, provenienti forse da Alba Longa. I villaggi autonomi che nacquero in quel periodo si riunirono poi in una lega sacra e, in particolare, gli abitanti del Germalus e del Palatinum diventarono un’unica comunità, circondata da mura per esigenze di difesa dalle popolazioni confinanti, dando luogo al nucleo primitivo di Roma. Una cintura di fortificazioni e terrapieni costituì la difesa dell’angusto territorio di Roma.
Il nome potrebbe derivare dal gentilizio etrusco dei Rumla, oppure dall’antico nome del Tevere (Rumon), o ancora da ruma ”mammella” o forse per estensione “collina”; tuttavia non vi sono elementi probanti che fanno propendere per l’una o per l’altra interpretazione.
La sua prima forma di governo fu la monarchia, amministrata da re o re-sacerdoti. Il territorio si sviluppava con l’annessione di popolazioni di villaggi vicini fra cui in particolare i Sabini; la sottomissione di Alba Longa attribuiva a Roma la definitiva supremazia nell’ambito della Lega Latina. La costruzione del ponte Sublicio sul Tevere e la deduzione di una colonia alla foce dello stesso (Ostia) segnarono l’inizio di un’attività economica e commerciale che in breve tempo contribuiva all’espansione della civiltà romana. Il popolo che però contribuì maggiormente allo sviluppo della città-stato furono gli Etruschi, i quali l’occuparono e vi insediarono propri regnanti provenienti dalle loro genti, pur senza stravolgere totalmente l’assetto esistente; di fatto vi trasferirono la loro civiltà con apporto di cultura, di regole giuridiche e di amministrazione, nonché urbanistico, senza però cambiare lo schema o la squadratura della città che fondamentalmente conservò il suo carattere latino. Numerose tracce e reperti rimangono dell’attività e del contributo degli Etruschi allo sviluppo di Roma e dell’agricoltura e del commercio attraverso altre colonie della loro gente. Intanto, in molte zone dell’Italia, cresceva la ribellione di nobili proprietari terrieri verso lo straniero, rappresentato da diverse popolazioni, che sottomettevano quelle locali pretendendo servizi, cànoni e prodotti della terra, oltre a pesi sui commerci.
In questo clima di sopraffazione, intanto, la civiltà di Roma cresceva soprattutto sotto l’impulso e l’opera degli Etruschi i quali, oltre alla pastorizia e all’agricoltura, diedero molta importanza allo sviluppo dell’artigianato e del commercio. Il potere era nelle mani del re ed alla sua morte tornava nelle mani dei patres che tramite un inter-rè sceglievano il successore.
Accanto al re che aveva il comando dell’esercito ed assolveva la funzione di sommo sacerdote e giudice supremo, esisteva l’assemblea degli anziani (senatus) e quella dei comizi dei curiati.
La popolazione era distinta in tre tribù che, probabilmente, costituivano una suddivisione territoriale e non etnica com’era credenza degli antichi: Ramni, identificati nei Latini; Tizi, identificati nei Sabini e Luceri negli Etruschi. Ogni tribù rappresentava dieci curie ed ogni curia dieci famiglie; sistema questo escogitato sul tardi per rispondere soprattutto ad esigenze di reclutamento militare. Esisteva già la distinzione tra patrizi e plebei, determinatasi per il progressivo affermarsi di un ristretto numero di famiglie sul resto della popolazione con la pretesa di accaparrarsi il predomino nel governo dello Stato. Nell’ambito dell’assetto politico sociale si sviluppava quindi l’importanza delle maggiori gentes che avevano diritto a privilegi e potere, mentre le minori gentes, rappresentate da ceti di umili condizioni (plebeo, immigrato, liberto) bisognosi di assistenza, si rifugiavano sotto la protezione di un capofamiglia patrizio, pater familias, onde riceverne assistenza economica.
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